L’Esclusa di Corso Calatafimi

L’Esclusa di Corso Calatafimi

Capita di leggere dei libri e trovare uno dei tuoi amori tra le pagine…Sto parlando di Corso Calatafimi che viene descritto e raccontato nel libro “L’esclusa” di Luigi Pirandello. A voi alcuni passaggi bellissimi da leggere.

Trovò, pochi giorni dopo l’arrivo a Palermo, la casa che in quel momento gli conveniva meglio, in una via deserta, fuori Porta Nuova: in via Cuba, lontana dal centro della città, quasi in campagna. Era una palazzina d’un sol piano, di signorile aspetto, con un balcone in mezzo e due finestre per ciascun lato.

Aspetti: il terrazzo! Deve vederlo: una delizia. Le montagne, signorino mio, si possono toccare così, con le mani. Ah sì, sì: quello era il rifugio che ci voleva per lui: lì, al cospetto dei monti, alla vista della campagna. 

Scendendo ogni mattina in città per il Corso Calatafimi, passava davanti al Collegio Nuovo; guardava il portone, le finestre del vasto edificio; pensava che Marta era là, e si prometteva che l’avrebbe riveduta, non foss’altro, per curiosità. Ma bisognava trovar l’occasione. Pensava: “Potrei entrare, anche adesso; farmi annunziare, vederla e parlarle. No. Così all’improvviso, no. Sarà meglio prevenirla. Ella non sa neppure ch’io sia qui, tanto vicino a lei. Chi sa come la ritroverò? Forse non sarà più come prima…”. Passava oltre, lieto d’avere ancora un buon tratto di via deserta davanti a sé, prima d’entrare in città, dove avrebbe senza dubbio incontrato tanti seccatori.

 L’aria era fredda ancora, frizzante nel mattino, quand’ella si recava al Collegio; ma era così limpido il cielo e così puro e saldo quel rigore del tempo che gli occhi erano felici di guardare e il seno d’allargarsi in larghi respiri. Pareva che l’anima delle cose, serenata finalmente dalla lieta promessa della stagione, si componesse, obliando, in una concordia arcana, deliziosa.
E quanta serenità, quale freschezza nello spirito, in quei giorni, e che pace interiore! Si ridestava inMarta il lucido e gajo senso che, da bambina, possedeva della vita. Era paga: aveva vinto; sentiva di far bene, e le piaceva di vivere. Oh che brulichio sommesso avevano le foglie nuove, al levarsi del sole, quand’ella passava sotto gli alberi di Piazza Vittorio davanti alla Reggia normanna, e poi sotto quelli del Corso Calatafimi oltre Porta Nuova. La chiostra dei monti pareva respirasse nel teneroazzurro del cielo, come se quei monti non fossero di dura pietra.

Marta andava a capo chino, col volto in fiamme. Non avendo saputo, né quasi creduto possibile separarsi da lui su la soglia del Collegio, ed essendosi piegata all’invito di fare due passi insieme, si era messa ad andare in sù, dove il Corso diveniva man mano più solitario. Non si sarebbe certamente avviata con lui verso la città, incontro alla gente. Usciva dal Collegio due ore prima del solito; né il marito dunque poteva essere di già alle poste, né Matteo Falcone l’avrebbe veduta. Pure tremava; le pareva che tutti dovessero accorgersi dell’impru- 64 denza, anzi della temerità di lui e dell’estrema agitazione con cui lei lo seguiva, come trascinata veramente, come cieca.

Da un pezzo lo stradone era divenuto solitario; la luce del sole metteva sul giallo della polvere come un fervore d’innumerevoli scintille che accecavano, e per cui pareva fervesse sotto i loro piedi anche la terra. Il cielo era d’un azzurro intenso, immacolato. A un tratto si fermarono. Si fermò lui per primo. Marta si guardò attorno, smarrita. Dove erano? Da quanto tempo camminavano? – Non eri mai arrivata fin quassù? – No… mai… – rispose timidamente, continuando a guardare come se uscisse da un sogno. – Di qua… – le disse l’Alvignani, prendendole senza alcuna pressione il polso e accennando una via traversa, alla sua sinistra. – Dove? – chiese lei, forzandosi a guardarlo e ritirando un po’ il braccio ch’egli non lasciava. – Di qua, vieni… – insistette lui, attirandola dolcemente, con un lieve, tremulo sorriso su le labbra aride, pallido in volto. – Ma no… io adesso… – tentò lei di schermirsi, più che mai impacciata e sgomenta, notando il fremito della mano, il sorriso nervoso, il pallore del volto e l’espressione aggressiva degli occhi di lui, intorbidati e rimpiccoliti. – Un momento solo… di qua… Vedi, non c’è nessuno… – Ma dove? No… – Perché no? Vedrai la chiostra dei monti… Morreale lassù… poi le campagne tutte fiorite… e da questa parte il mare, Monte Pellegrino… e la città intera sotto i tuoi occhi. Ecco, la porta è qui. Vieni! 

Gregorio la condusse attraverso le stanze; poi salirono un’angusta scaletta di legno. Marta lassù sentì aprirsi il cuore. Lo spettacolo era veramente magnifico. La grande chiostra dei monti incombeva maestosa e fosca sotto il cielo fulgidissimo. Le schiene poderose si disegnavano con tagli d’ombra netti. E Morreale pareva là un candido armento pascolante a mezza costa; e, sotto, la campagna sparsa di bianche casette si stendeva oscurata dall’ombra dei monti. – Ora di qua! – diss’egli. Quanto imminente e fosco era dalla parte dei monti lo spettacolo, tanto vasto e lucente si spalancava dalla parte opposta. Tutta la città, distesa immensa di tetti, di cupole, di campanili, tra cui, gigantesca, la mole del Teatro Massimo, si offerse a gli occhi di Marta, e il mare sterminato in fondo, riscintillante al sole, sotto i cui raggi Monte Pellegrino rossigno pareva sdrajato beatamente. Marta per un momento si obliò nella contemplazione del vasto spettacolo.

Quando ritornerai? – Ti scriverò… E andò via. Appena sola per quella stessa strada, percorsa un’ora avanti accanto a lui, si sentì come riassalita dai proprii sentimenti, smarriti lungo l’andare, come se si fossero posti in agguato, aspettando il ritorno di lei su i proprii passi. Si voltò a guardare, quasi sgomenta, la via da cui era uscita; poi prese ad andare in giù, frettolosa, con la mente scombujata. E, andando, chiamava in soccorso, a raccolta, ragioni, scuse che sostenessero di fronte a lei stessa il concetto della propria onestà, quasi per farsene forte contro colui che così improvvisamente gliel’aveva tolta, e per sottrarsi nello stesso tempo all’idea che l’avviliva e la schiacciava, di essere stata tratta, cioè, quasi passivamente, a quella stessa colpa, di cui – innocente – era stata accusata. Volle costringersi a vedere, proprio, a sentire, ad assaporare in quella sua subitanea caduta, che la sconvolgeva, una vendetta voluta da lei, la vendetta della sua antica innocenza, contro tutti. Alla vista del Collegio alla sua destra, riuscì con uno sforzo a risollevare lo spirito. Rientrava ora in quel tratto del Corso per cui era solita di passare ogni giorno. Rallentò il passo, proseguì più calma e più sicura, come se veramente si fosse lasciata dietro le spalle la colpa, solo perché la gente, ora, vedendola, poteva pensare: “Ella torna dal Collegio”.