A maggio dell’anno scorso ho risposto ad un annuncio di lavoro, cercavano una “social media cosa”, in una agenzia di pubblicità digitale a Palermo,  capace di declinarsi su tante cose: Inserzioni, creatività, copy, piani editoriali, insomma il solito…

Dopo anni di freelance volevo provare a vivere la vita di agenzia, lavorare in gruppo, condividere le mie conoscenze e crescere ancora di più professionalmente.

Così dopo avere inviato il mio curriculum, sono stata chiamata per il colloquio, ricordo ancora un paio di risate fatte con uno delle tre persone che mi ascoltavano: mi ero intrippata in uno dei miei discorsi sulla geolocalizzazione e lo so che quando inizio riesco a malapena a fermarmi, almeno eravamo tra nerd!

Tornata a casa, con le vite a zero, ho subito ricevuto un’altra telefonata per dirmi che avrebbero voluto rivedermi il giorno dopo! Ho pensato dall’alto della mia “ansia senza ansia”: Forse gli sono piaciuta?

Con gli occhi da cagnolina impaurita chiedevo a Francesco: “Secondo te mi vogliono rivedere per dirmi che faccio schifo? ” Vai Serena, la sicurezza prima di tutto, mi ripetevo…e intanto pensavo: un altro colloquio? Mi sentivo come se avessi concluso un esame difficile e dovessi farne subito un altro ma sono testarda, testardissima e così sono andata.

Anche questo è andato bene, mi dicono che mi avrebbero fatto sapere…così è stato, tanto da firmare il contratto qualche settimana dopo! Il destino, mia croce e delizia, ha voluto che l’azienda si trovasse in una zona di Palermo, che nonostante il mio amore per le mappe, avessi cancellato dal mio database personale. Perché per me certi dolori non si superano o meglio, non si dimenticano, si chiudono in cassetto e si butta via la chiave.

Il primo mese è passato facendo a pugni con i ricordi, colpi diretti allo stomaco e al cuore, anche se il mio passo era svelto i ricordi andavano più veloci, entravano nel petto cercando il miocardio ma non si trova più nello stesso posto, è andato via, adesso è al sicuro.

Piano piano ho conosciuto tutte le ragazze e i ragazzi che sarebbero stati i miei compagni per i successivi sei mesi, il tempo che ho passato in quel seminterrato.

Il benvenuto più carino su Skype me lo ha dato Aura, web designer, stava nella stanza di fronte alla mia, ricordo che sono uscita dopo il suo messaggio, andandole incontro per ringraziarla, dicendole prima: “Sei tu Aura, vero?” Da lì leggemmo oltre…(semicit)

Aura mi ringrazia spesso di quello che le ho fatto conoscere ma anche lei è stata una brava maestra, ad esempio senza di lei non avrei mai conosciuto tutto il mondo dei Cosplayer, nel quale non mi ero mai addentrata. Nei momenti di pausa, al lavoro, mi raccontava tutto quello che aveva fatto, cucito, creato, anche per il territorio, come la Palermo Comic Convetion.

Io sono curiosa e mi piace scoprire anche quello che di nuovo il web offre o la mia professione non avrebbe senso, ad esempio Facebook è sempre in divenire, anche le sue soluzioni pubblicitarie lo sono e offrirle ai clienti o proporle a chi in quel momento sta lavorando con me è uno dei miei must, anche Aura è così.

Non si è mai fermata davanti a niente, quando le chiedevo qualcosa da creare non mi ha mai detto di no, restando sui suoi binari ma ha deviato, spero mai deragliato, verso i miei. Per molti è semplice continuare su processi standardizzati anche nella pubblicità,  per me, per noi è noia!

Nonostante io non possa dire più: “Ciao Sfasci”, (neologismo affettuoso che deriva dal più famoso “sfasciallitto”) lo facevo ogni volta che passavo davanti alla sua porta in ufficio, siamo rimaste sempre in contatto durante questo anno.

 

Ho avuto anche il piacere di averla con me per Startup Weekend a maggio scorso, è stata una mentor apprezzata sia dai partecipanti che dai colleghi. 

Sapevo benissimo come questa esperienza potesse essere un volano per lei, anche per questo l’ho voluta con me, perché invece di prendere sempre, vi assicuro che dare è ancora più bello.

Ieri sera ci siamo viste, e raccontando una delle ultime “bravate hi-tech” che le ho fatto compiere ha detto con la semplicità più devastante: “L’ho fatto perché io mi fido di Serena”. Le parole più belle.