3.06 del 3 Aprile 2011, sono appena tornata a casa, ho passato un paio di ore in Vucciria con la mia omonima a bere zibibbo, poi ho incontrato una mia amica e subito dopo ho ascoltato un paio di miei amici suonare, li ho salutati, mentre sorseggiavo il mio gin tonic tanto sospirato, ho chiacchierato un po’.
Quando ormai era tardi, sono andata lentamente, come se volessi ritardare il momento in cui avrei infilato la chiave della serratura dello sportello della macchina, a braccia conserte verso la strada in cui avevo posteggiato.
Ancora non va.
L’ Alcool mi scorreva dentro smontando mattone dopo mattone quello che ho costruito, muro fracco, capace di piegarsi con un alito di vento.
Con chi devo parlare?
Con chi mi devo sfogare?
Chi mi darà l’aria giusta per andare avanti.
Non posso risalire il cuore di Palermo singhiozzando ad un volante, con la radio che canta, parlando da sola non sapendo con chi. Impreco, mi arrabbio, scalcio ad un accelelatore inutilmente come se l’automobile fosse in folle, anche lei ruggisce con me.
Ed io nonostante tutto quello che ho fatto, traguardi raggiunti, bandiere sventolate, faccio passi indietri pericolosi, che mi mangiano l’anima a morsi.
Sarà che è Aprile ed il trentadue si avvicina sempre di più, come se fosse un appuntamento dal più fastidioso dei medici, che vuoi rimandare.
Mi piacerebbe che la melatonina che prendo ogni notte curasse sia la mia insonnia, facendomi addormentare, sia le cause che hanno generato questa complicata situazione.
Cinque milligrammi che mi accompagnano tra le coperte, dandomi la mano fino ad un certo punto ma poi mi lasciano da sola, per forza, non c’è nessun altro da stringere, ed in alcune notti fa male più delle altre.
Vorrei scappare dalle infreddolite coperte e svegliare i miei genitori, come quando ero piccola e facevo un brutto sogno, ma poi capisco che nessuno dei tre ha più l’età per una cosa del genere e soprattutto questa è la mia vita, non è un incubo.
Così la terra gira, la notte va verso il dì ed io affronto, sveglia, i momenti in cui la maggior parte delle persone si riposa nel proprio letto, ma io di cosa dovrei essere stanca? Forse non lo merito il sonno, è la giusta punizione per i miei errori.
Occhi spalancati, e cuore guidato dai miei pensieri verso l’autostrada della tachicardia che corre veloce, così tanto da farmi sentire ancora viva, contrasti che mi inducono a pensare che nel mio petto ci sia qualcosa che batte, per me, anche se le pulsazioni sembrano ancora per due.
Ho come l’impressione però che sia la mia vita a scorrere e che io sia rimasta sulla riva a guardarla, come se fossi diventata una felce, affrancata dalle acque ma non del tutto, penetrante ancora in un terreno umido con le sue radici traballanti che la tengono legata a lui ma che da quel suolo ottengono poco e niente.
Dentro di lei c’è un’eruzione di parole e di domande ma è una pianta, afona, non può parlare.
Nella “foresta” i cui mi sono ritirata i giorni, i mesi e quasi gli anni passano e ogni giorno in più, capisco che questo non è il mio habitat, ma non appartengo più neanche quello da cui provengo.
Basterebbe un solo piccolo altro temporale o una bellissima e rara giornata di sole per farmi spezzare ancora una volta e definitivamente.
Radici intrise di acqua o foglie bruciate da un sole che da un lato ti da la vita ma dall’altra te la toglie un’irradiazione dopo l’altra?
…..Tra una malattia autosomica recessiva ed un crossing over imperfetto e delle briciole sul quaderno degli appunti di Genetica molecolare, lisi, mi chiedo…..
e se avessi sbagliato tutto?
Se è tutto il contrario di quello che a me sembra?
Se avessi una visione capovolta di un mondo senza segnali stradali, che comunque non mi ha aiutato?
Magari certe cose non vanno nella direzione immaginata.
Vuoi vedere che?
Chi me li indica i punti cardinali?
Come faccio a capirlo?
Ascolto il verme della mela bacata che alberga dentro di me?
Mi lascio andare, ma chi io? Fossi matta.
Pace mai, dubbi sempre e patata bollente tra le mani che quasi mi fa saltellare in allegria per tutta la mia grande casa.
Non lo so, non lo so, non lo so.
So che non va, che oggi ho sonno, fame e dubbi che si presentano con viso familiare.
Mi sgretolo sotto il peso di un calendario di carta che oggi mi ricorda che tra un mese avrò trentadue anni.
Un altro compleanno, ancora una torta, qualche regalino e una maturità raggiunta in questi anni che mi aiuta ad essere una donna più sicura di me stessa, ma che palesemente spesso mi catapulta nel baratro di quello che sarebbe dovuto già essere, ma ancora non è.
Così mi trovo su una bilancia che grava con il suo piatto un giorno da un lato ed in quello successivo dall’altro, nessuno ancora è riuscito a mettere il chiavistello che la blocchi. Dovrei essere io l’artefice di quest’atto, e in parte lo sono già stata, con enormi difficoltà, a volte ho pensato che mi fosse stato dato quello sbagliato, l’ho fatto entrare a forza tanto da essere rigettato come un organo non compatibile dopo un espianto, costretta a dovere ricominciare tutto l’iter, sempre che io ci possa riuscire ed abbia le armi giuste per combattere, perché a volte mi sembra una guerra.
Vorrei avere delle cellule staminali con la forza dentro, facendo seguire ad esse il percorso già segnato da me, negli anni passati: pochi rettilinei, molte salite, un paio di tornanti e una discesa che ti grattugia l’anima.
Alla fine poi di tutte le idee che mi frullano in testa insieme agli anni e ai capelli bianchi che incombono, so come andrà sempre a finire, perché tanto, io, ferma non so stare.
Sono capace di farmi travolgere dai pensieri e dai sentimenti che frullano nella mia mente e nel mio cuore, facendomi spesso pentire di avere dato concretezza ad una sinapsi o ad una pulsazione che spesso è un’extrasistole.
Come se tutto questo già non bastasse, durante queste tempeste colpisco anche chi mi sta vicino, una persona su tutte: mio padre, l’uomo più pudico, anche di sentimenti, che io conosca.
Riesco a destabilizzarlo con i miei “giri mentali” espressi a voce alta anche mentre consumiamo l’ennesimo pasto insieme, egoisticamente lo coinvolgo mischiando magari al suo piatto di riso in bianco la mia salsa più cruda e amara, complicando dei semplici chicchi di cereali.
Sono comunque stanca di tutto questo, sapete quanto pesano i pensieri, anche se condivisi?
Spero, che il prossimo pranzo abbia come portata principale una dolcissima torta, magari con la panna e le fragoline.
“Specchio specchio delle mie brame”
March 24th, 2011 | Posted by in pensieri cervellotici - (1 Comments)
Uno specchio riflette sempre la stessa immagine neutrale o a volte a seconda di chi si possa trovare davanti ad esso cambia?
Nelle fiabe che ci raccontavano da piccoli c’erano quelli che parlavano, svelando la verità, ricordandoci che a essere la più bella era sempre Biancaneve, per alcuni questo è ancora un problema.
Oltre a quelli della strega cattiva ne esistono ancora oggi altri che sono dei veri “grilli parlanti” difficili da guardare ma soprattutto da ascoltare.
Come se l’immagine da loro proposta fosse composta dalle parole, un Sole fatto da fonemi che sostituisce la sua luce rivelando tutto, senza sconti.
Se quello che si vede però non piace, perché mostra la radiografia dell’anima cosa si può fare? Forse colpire, dare una spallata, lapidarlo come un traditore.
Se si trova il punto di rottura tutto va in frantumi, una briciola sull’altra.
Poi ci si limita a guardare con uno sguardo di sufficienza quello che rimane mentre si è avvolti per qualche secondo dalla nuvola di polvere che si è sollevata, per un attimo, scrollandosi di dosso velocemente qualche sincero granello.
Rimane adesso solo un piccolo problema, a distruggersi è stata solo l’immagine riflessa.
Qualche sera ho dovuto fare un piccolissimo viaggio, vedere cieli e montagne che non avrei più voluto che lo sguardo incontrasse ma com’è giusto che fosse la mia volontà in questo caso sarebbe passata obbligatoriamente in secondo piano.
La bottega che vendeva l’unguento di cui avevo bisogno si trovava in un paesino con delle bellissime mura di cinta ma pieno di dossi, strade impolverate e la possibilità di incontrare anche dei carretti trainati dai muli, poche automobili ancora.
Così sono partita, sono stata serena ma come se la mia calma fosse a tempo determinato dopo un paio di giorni ho cominciato a percepire una piccola campanella che suonava, facendomi percepire quella sensazione di ansia che si sentiva tra i banchi di scuola, quando il professore scorreva con un dito il registro per interrogare e intanto si aspettava che il “tintinnabolo” ci annunciasse che la scuola almeno per quel giorno fosse finita!
Intanto avevo provato a fissare un punto fermo, come quando sei in barca e sei colta dal mal di mare, dicono che aiuti, ci ho provato, ho fissato un segnale di pericolo, un triangolo, ma il mio malessere non era dato dagli otoliti ma da un organo più profondo.
Dall’ipocentro del mio terremoto, l’onda andava risalendo per tutto il corpo facendo ripiombare sulla mia pelle uno sguardo vuoto, un cuore senza sangue e una lingua senza parole.
Così nella notte, dopo avere avuto l’unguento, sono andata via, perché l’ago del mio sismografo si è rotto e la china si versata irrimediabilmente sulla carta.
Quando apro e scrivo sulla mia moleskine non è mai un buon segno.
Inutile prendere se stessi per stupidi, il mio traduttore simultaneo dell’umore è dato dallo scrivere, con un rapporto inversamente proporzionale: più scrivo peggio è! In queste pagine se si guardasse controluce si potrebbe leggere “Serena”, come se fosse una di quelle carte pregiate in cui il marchio di fabbrica è inciso tra le fibre del foglio.
Ho lasciato dei grandi accenti molti acuti ed altrettanti gravi, tanto da uscire dalle pagine, inseguendomi come un boomerang, lanciato anche da me.
Sono riuscita anche ad usare una bic per comporre, abbandonando le penne a spirito con il loro tratto leggero, così da rendere ancora più pesante il contenuto di quello scritto: la carta si increspa e si arriccia sotto le sfere della mia penna e delle mie parole, come se non volesse accogliere quello che sto per dargli, uno specchio ormai rotto che ha trafitto il mio cuore.
Poi quando ho finito di scrivere resta una copertina nera, ed un elastico per sigillare quello a volte sembra sospeso, come se ogni pagina intrisa dei miei pensieri attendesse una soluzione o una fine che tarda ad arrivare perchè non sempre c’è, soprattutto nella mia vita.
Si svolse un concerto, in passato, in cui tutti i membri dell’orchestra suonavano armonicamente ma tra gli archi c’era una viola che al posto delle corde aveva delle fibre nervose, suonate distrattamente da un violinista che non riusciva più a seguire bene il suo spartito.
Arrivò però il momento in cui lo strumento stesso si arrese desiderando che l’insieme di note stonate che ormai produceva, sommessamente, tacessero.
Perché semplicemente è giusto così.
Ogni strumento ha bisogno del suo musicista e viceversa ma se una corda si rompe o uno spartito si strappa, non si può rimanere inermi o lontani da quello che è diventato un prolungamento dell’anima, un tempo nutrita della loro sinergia. Bisogna reagire prima che gli altri membri dell’orchestra ti lascino indietro con il tuo strumento con le corde lese.
Non c’è violinista senza la sua viola o una viola senza il suo violinista ma la loro musica deve essere ancora quella che rendeva il loro incontro magico.
La luna è già alta in cielo, sono le 2:10 ma anche questa notte è piena di pensieri e monachella non riesce a mettere la testolina sotto la sua ala, c’è solo quella dove ripararsi, e dormire. Così scrive su ogni supporto, ha già imbrattato con i suoi disegni, brutti, un foglio che adesso non è più bianco, ha scritto due pagine nella sua moleskine che l’accoglie dal 2007 e adesso ha afferrato con violenza il suo blog che con un paio di clic riesce a connetterla con chi crede irraggiungibile, con chi pensa sia lontano, con chi è magari in Giappone o in Australia ma con il cuore in Italia e con chi è a Palermo ma con il cuore in un altro sistema solare, con chi legge con poca attenzione e con chi invece aspetta di leggere uno dei suoi post.
A volte vorrei che fosse tutto più semplice di quello che appare, che il bianco e nero che mi impongo avessero davvero una corrispondenza nel mondo ed invece ci sono troppe sfumature che mi sfuggono come se fossi daltonica per scelta, non per caso.
Avrei bisogno ancora di un pò di auxina per essere come un giovane girasole che riesce grazie a questo ormone a seguire la sua fonte di vita: il sole ma adesso vista l’ora rimane solo la luna da guardare.




